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Cosa facciamo quando abbiamo freddo? Ci copriamo. E se siamo dentro casa o in ufficio aumentiamo la temperatura del termostato. In realtà non sempre questa è la scelta migliore. Non tanto (e non solo) per una questione prettamente energetica, ma anche (e soprattutto) per una questione di comfort. No, non sempre più calore prodotto dall’impianto di riscaldamento corrisponde a un comfort maggiore. Il motivo? dobbiamo parlare della differenza tra temperatura reale e comfort percepito.
Cosa troverai in questo articolo:
Il comfort percepito non è un numero sul display del termostato. È uno stato di benessere termo-igrometrico. Che vuol dire? È una sensazione soggettiva che ciascuno prova quando il corpo riesce a mantenere la temperatura interna costante (intorno ai 36,5-37°C) senza alcuno sforzo. Fondamentalmente è quella condizione in cui non percepiamo né caldo né freddo.
Secondo la nuova norma EN ISO 7730:2025, il comfort termico viene definito come quella “condizione mentale di soddisfazione nei confronti dell’ambiente termico”. Questa definizione ci dice molto, molto di più di quanto siamo abituati a pensare. Non si tratta, infatti, solo di fisica, ma anche di percezione soggettiva. Due persone nella stessa stanza, con lo stesso termometro che segna 20 °C, possono sentirsi diversamente a seconda di età, metabolismo, abbigliamento e persino delle attività che stanno svolgendo.
Tutto questo vuol dire anche che il comfort di un ambiente residenziale o professionale non si realizza solamente con l’installazione di un impianto efficiente. Bisogna considerare l’intero sistema edilizio e le abitudini di chi lo utilizza.
La temperatura reale è quella che leggiamo sul termometro. È un dato oggettivo che misura il calore dell’aria in un determinato momento. Il comfort termico, invece, dipende dalla temperatura percepita, che tiene conto non solo dell’aria ma anche del calore (o del freddo) delle superfici di quell’ambiente.
Il nostro corpo, infatti, non scambia calore solo con l’aria, ma anche con muri, pavimenti, finestre e soffitti attraverso l’irraggiamento. Se le pareti sono fredde il corpo cede continuamente calore verso di esse, facendoci sentire freddo anche se il termometro segna 20 °C.
Un esempio pratico può aiutarci a comprendere la differenza. In una villetta costruita 50-60 anni fa senza cappotto termico, anche con i termosifoni accesi al massimo, ci si può sentire infreddoliti perché le pareti esterne continuano a togliere calore. Al contrario, in un edificio moderno ben coibentato, bastano 19 °C per stare perfettamente comodi, perché le superfici si mantengono a una temperatura vicina a quella dell’aria.
Entriamo più nel dettaglio per capire come migliorare il comfort di uno spazio chiuso. Il benessere percepito all’interno di un edificio dipende da un equilibrio tra diversi fattori, in modo particolare:
Come abbiamo visto, è lo scambio di calore tra il corpo e le superfici circostanti che influenza il comfort percepito. In una casa ben isolata possiamo stare comodi a 19 °C, mentre in una con molte dispersioni avremo freddo anche a 22 °C. Se le superfici sono fredde, il comfort sarà compromesso a prescindere dalla temperatura dell’aria. Anche per questo motivo spesso tenere accesa la caldaia tutto il giorno, invece che accenderla e spegnerla in continuazione, può essere la scelta migliore.
Il range ideale si colloca tra il 40% e il 60%. Quando l’aria è troppo secca, l’acqua sulla nostra pelle evapora rapidamente amplificando la sensazione di freddo e creando quei fastidiosi brividi. Se invece l’umidità supera il 60%, i tessuti si saturano di vapore acqueo e avvertiamo quel tipico “freddo umido” che penetra nelle ossa. È un parametro spesso trascurato, ma fondamentale perché un ambiente troppo secco a 22 °C può risultare meno confortevole di uno con la giusta umidità a 19 °C.
L’aria in movimento aumenta lo scambio di calore per convezione. Anche qui c’è un equilibrio da trovare. Serve ricambio d’aria per la salubrità, ma senza creare movimenti che sottraggono calore al corpo.
L’età (gli anziani tendono a sentire più freddo), il metabolismo basale, l’attività fisica svolta e persino l’abbigliamento fanno variare drasticamente la percezione individuale. In una casa, ma ancor di più in un ambiente di lavoro, sono dinamiche di cui tenere conto per creare le condizioni per un ambiente davvero confortevole. Per tutti.
Arrivati a questo punto dobbiamo capire come coniugare comfort percepito e temperatura reale. Vediamo quindi quali sono le cause più comuni per cui aumentare i gradi del termostato non aiuta e come intervenire senza incidere sui consumi.
Nei sistemi a convezione l’aria calda sale verso il soffitto mentre quella fredda resta al pavimento. Il risultato? Una temperatura media corretta (termostato a 22 °C) ma un comfort inesistente.
Invece di tenere le finestre socchiuse per ore, spalancarle completamente per 5-10 minuti sostituisce l’aria viziata conservando il calore nei muri e nei mobili. Ancora meglio un sistema di Ventilazione Meccanica Controllata (VMC) che garantisce ricambio costante senza dispersioni.
Se il calore è concentrato in un punto (una stufa, un unico radiatore, eccetera) si creano zone troppo calde vicino alla fonte e zone fredde negli angoli.
Eliminare gli spifferi con guarnizioni e paraspifferi, posare tappeti spessi sui pavimenti freddi e chiudere tapparelle pesanti dopo il tramonto. I pannelli termoriflettenti dietro i radiatori evitano che il calore venga assorbito dal muro, migliorando l’efficienza del 10-15%.
Il riscaldamento prolungato abbassa l’umidità relativa, irritando le vie respiratorie e aumentando la sensazione di freddo per evaporazione cutanea.
Mantenere l’umidità tra il 40% e il 50% con un umidificatore o con il climatizzatore. Per monitorare questo parametro è possibile ricorrere a un igrometro digitale.
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